La Villa del Poggio Imperiale

Struttura architettonica

La Villa del Poggio Imperiale

Le prime notizie della villa, che domina da un lato la vallata dell’Ema e dall’altro Firenze, risalgono al 1427, anno in cui Jacopo di Pietro Baroncelli ne denunciava la proprietà al catasto fiorentino, definendola «casa da signore».

Divenuta proprietà dei Pandolfini prima e dei Salviati poi, la villa venne confiscata nel 1564 da Cosimo de Medici.

Non furono registrate modifiche al fabbricato degne di nota per lunghi decenni fino al 1618 quando Maria Maddalena d’Austria, moglie del traduca di Toscana Cosimo II acquistò la villa dagli Orsini con altri terreni nei dintorni, avviando un ambizioso piano di trasformazione dell’immobile in una sfarzosa residenza suburbana, collegata alla città dal lungo viale che dal parco giungeva fino a porta Romana (a quel tempo denominata porta di San Pier Gattolini).

Nel 1622 Giulio Parigi, già impegnato nella risistemazione della residenza cittadina, Palazzo Pitti, iniziò i lavori alla villa.

Dell’intervento del Parigi si conservano oggi il chiostro centrale, il tracciato dei due giardini e le sale a piano terra a destra e a sinistra della facciata. Tra queste, in particolare, l’anticamera da letto di Ferdinando II, la sala delle udienze di Maria Maddalena e l’anticamera della sua stanza da letto.

Per quanto riguarda l’esterno della villa, all’epoca di Maria Maddalena risale il progetto di spazi destinati alla coltivazione di alberi da frutto e fiori, corrispondenti ai due cortili odierni, mentre il piazzale di forma circolare, utilizzato per feste e fiaccolate, nel 1624 era ornato da statue e da una balaustra

Acquistato da Vittoria Della Rovere nel 1659, il Poggio Imperiale andò incontro ad un lungo e felice periodo caratterizzato da lunghi lavori di abbellimento e arricchimento continuo. Tra il 1681 e il 1682 si assiste alla realizzazione di un nuovo braccio a mezzogiorno in asse col cortile più antico, comprendente due vaste sale: una al piano terra ed una al piano nobile, tra cui due cappelle oggi scomparse, delle quali resta solo l’affresco detto della “volticina”. La sala al pian terreno, oggi refettorio, era destinata a raccogliere una galleria di statue ed era qui che Vittoria dava udienza, mentre al piano superiore (il piano nobile), la granduchessa fece costruire un salone ad essa collegato, destinato a una quadreria e impreziosito da affreschi del Volterrano ma distrutto nel Settecento per volontà del granduca Pietro Leopoldo.

In questo ambito fu sistemato anche il loggiato, coperto da volte a crociera, che circonda il chiostro centrale quadrato all’ingresso.

Alla sua morte, nel marzo del 1694, il figlio Cosimo III ereditò la proprietà della villa, poi passata all’erede Giangastone, ultimo granduca di casa Medici. Entrambi non apportarono particolari interventi e l’assetto della villa si ricava da due piante, una di Ferdinando Ruggieri del 1737, l’altra di pochi anni dopo, il 1742.

Tra il 1766 e il 1783 Gaspare Maria Paoletti ristrutturò gli ambienti con nuove camere da letto al piano superiore, decorate con stucchi e stoffe orientali e tra loro comunicanti attraverso porte di colore diverso ed altre sale al piano terra, che conducono in linea retta alla segreteria del granduca.

La prima di queste sale (1773) è detta di Ercole per la decorazione ad affresco di Giuseppe Maria Terreni che raffigura il mito di Ercole nella volta e alle pareti vedute con scene bucoliche e ruderi. Segue la sala di Diana, sempre del 1773, con affreschi che celebrano Diana e Apollo nella volta e scene di caccia inserite in scenografiche vedute, opera di Giuseppe Gricci, con quadrature attribuite a Giuseppe Del Moro. L’ambiente successivo è quello della sala delle stagioni, dipinta da Giuseppe Maria Terreni con allegorie delle quattro stagioni e illusioni prospettiche; questa stanza conduce alla segreteria del granduca, affrescata da Antonio Fabbrini nel 1777, conclusione del percorso celebrativo di Pietro Leopoldo e del suo governo illuminato.

Sempre al piano terreno, si deve al Paoletti la realizzazione, prima del 1770, degli ambienti del lato sud, che si affacciano sui poderi a mezzogiorno, in particolare la sala dei putti, decorata da Tommaso Gherardini. Seguono in linea retta, prima dell’attuale refettorio, quattro sale la cui iconografia esalta il trionfo dei Cesari.

Fu proprio nell’ambito di queste ristrutturazioni che Paoletti, guidato da Francesco Milizia, effettuò il trasporto, poi ripetuto nell’Ottocento, della “volticina” di Cosimo II, che arredava lo studiolo collocato dove  oggi si trova il bagnetto neoclassico realizzato in seguito da Giuseppe Cacialli. Il granduca, infatti, nel 1773 volle conservare la “volticina” trasportandola su una nuova struttura ad ovest, affacciata sul giardino.

Pochi anni dopo, nel 1779 e quasi contemporaneamente alla sala Bianca di Pitti e a quella della Niobe agli Uffizi, lo stesso Paoletti costruì il salone da ballo, ambiente ormai ritenuto indispensabile per una reggia. Paoletti, dunque, dotò il piano nobile di un grande salone bianco, chiaro e puramente neoclassico, con ampie finestre che guardano le colline di Arcetri, adibito a feste e decorato a stucco dai fratelli Grato e Giocondo Albertolli. Punto di convergenza di una serie di sale e ambienti privati che si affacciano ai lati esterni dell’edificio, anch’essi decorate a stucco, il salone è anticipato da un vestibolo illuminato da un lucernario e decorato a stucchi con specchiere Impero e busti neoclassici. La sala, anche oggi adibita a balli, concerti e altre manifestazioni, ospita un pianoforte ottocentesco. Alla sua sinistra si susseguono quattro stanze tappezzate con carte cinesi settecentesche, dipinte a mano, secondo quel gusto esotico per le cineserie delle corti europee del tempo. Comunica con il salone da ballo anche il salottino lilla, oggi adibito a deposito.

Tra gli ambienti decorati a stucco, anche la Galleria, costruita nel 1775 sull’area dell’antica terrazza dell’ala ovest, che si affaccia sul giardino.

All’esterno, invece, Paoletti trasformò i due giardini preesistenti e simmetrici rispetto al chiostro centrale in due grandi cortili di gusto neoclassico, circondati da numerose sale.

Nel 1807, quando Napoleone destinò il Regno di Etruria alla sorella Elisa, moglie del lucchese Felice Baciocchi, venne commissionata a Giuseppe Cacialli la costruzione della cappella, alla quale si accede sia dall’interno della villa, che da un loggiato esterno, e che fu portata a termine nel 1820.

Per  volontà della Baciocchi, Cacialli, allievo di Paoletti, elevò anche il piano superiore del portico, preferendo ad una loggia scoperta una loggia con archi e colonne ioniche, chiusa da vetrate e sormontata da un frontone con orologio centrale e due vittorie alate. Questa variante permise di arricchire il piano nobile con un vano luminoso, detto peristilio.

Con la Restaurazione, nel 1814, Cacialli riprese i lavori in villa, destinando le ali della facciata di sinistra a cappella e quella di destra al corpo di guardia; all’interno, invece, l’architetto ristrutturò le sale stile Impero. Quattro anni dopo, nel 1818, Cacialli lavorò alla sala verde, così detta dalla tappezzeria dei divani che vi si trovano.

Tra il 1821 e il 1823 furono realizzate la sala d’Achille e il bagno neoclassico, anch’essi parte dei rifacimenti che Ferdinando III commissionò al Cacialli. Il bagno, invece, contemporaneo a quello realizzato dallo stesso Cacialli per Palazzo Pitti, è arricchito da stucchi con classiche allegorie marine e arredato con una profonda vasca in marmo che già disponeva di acqua calda e fredda.

L’ultimo radicale intervento di restauro al complesso, sia architettonico che relativo al patrimonio storico-artistico, risale al biennio 1972-1975 a cura della Soprintendenza fiorentina, in particolare sotto la direzione di Nello Bemporad, che ha conciliato le antiche strutture con le esigenze di una scuola moderna, aprendo alcuni degli ambienti restaurati al pubblico.